Più Umanità e meno macchinari
Il momento della crisi, il momento della disoccupazione.
Certo, questi sono due dati di fatto concreti e sotto gli occhi di tutti:
quello che manca troppo spesso, è invece la capacità di cambiare il
punto di vista dell’osservazione.
Le fabbriche chiudono, gli imprenditori più fortunati si spostano
all’estero, il commercio non sa più cosa inventare per far invogliare
le persone all’acquisto....
Premesso che il mio intento è di mantenere alta la considerazione e
il rispetto per tutte quelle persone, me compresa, che si trovano a
dover rifare in conti in tasca e rivedere molte delle proprie priorità,
quando non addirittura delle prime necessità, sto cercando di
compiere lo sforzo di osservare come stanno le cose in una visione
collettiva un po’ diversa.
Partiamo da un punto diverso riguardo alla crisi: sostanzialmente
noi ci barcameniamo in gran parte sul commercio di beni, i quali
possono essere di ogni natura: dagli alimenti, con relative
confezioni, al vestiario, con relativi trasporti e con grosse giacenze
di magazzino, alla tecnologia che scade più in fretta del latte fresco
e va sostituita, alle vetture e ad ogni cosa che costituisce il nostro
ambiente materiale.
Certo, un quantitativo di questi prodotti ci sono indispensabili,
meglio se anche qualitativamente validi.
Facciamo un altro passo indietro e osserviamo da una prospettiva
più ampia: tutti sappiamo che la nostra epoca è quella del
consumismo: una parola a mio avviso già tristissima per il
significato implicito: “la gara al consumo, la gara al prosciugamento”
E non è forse questo che abbiamo realizzato?
Abbiamo consumato la Terra e gli Uomini e le Donne che la
abitano.
Abbiamo trasformato risorse preziose in rifiuti e sostanze tossiche.
Abbiamo quasi sicuramente più rifiuti che prodotti....
Intanto avremmo dovuto fermarci prima: esiste un principio della
chimica che si chiama “saturazione”: si tratta di quando il legame
tra due elementi arriva ad un punto in cui, se aggiungessimo ancora
uno dei due, non troverebbe l’altro con cui accoppiarsi.
Bene, direi che la saturazione del mercato c’è da parecchio tempo:
nelle nostre case abbiamo tutti più beni di quanto non riusciamo ad
usare.
La maggior parte di noi acquista più facilmente per il piacere di
farlo, che per un reale bisogno da soddisfare.
Tuttavia, essendoci ormai troppa offerta di tutto, sia come quantità
di prodotti, sia come numero di rivenditori, essendoci una rapidità di
produzione inversamente proporzionale alla necessità di un
successivo acquisto, era, secondo me, fin troppo prevedibile che ad
un certo punto ci fosse un frazionamento delle risorse tale da
diventare troppo poco per tutti!
E non mi spiego, se non con un amaro pensiero di intenzionalità,
come i grandi economisti non abbiano creato allarme per questo
sistema.
Bene: dato che un commercio si basa sull’equilibrio tra offerta e
richiesta, guardandoci intorno, cosa vediamo?
Io vedo un sacco di persone che dedicano la loro vita, me
compresa, a fare cose di carattere culturale e sociale non
retribuito: compagnie teatrali, volontari per l’assistenza alle varie
fasce deboli, professori che si prestano a tenere conferenze anche
gratuitamente pur di far circolare conoscenza, musicisti in erba che
suonano a condizioni assurde pur di poter dar spazio alla loro
musica e avere un pubblico.
A questo punto: se produrre scarpe piuttosto che infissi d’alluminio
o costruire case (10000 sfitte a fronte di circa altrettante in
costruzione, qui a Verona, ad esempio) non ha più commercio, con
la conseguente perdita per il dipendente, per il rivenditore, per il
produttore, per il fornitore di materie prime.... PERCHE’
CONTINUARE A PRODURNE COSI’ TANTE?
Certo, capisco che parte delle fabbriche sarebbero destinate a
chiudere: ma non lo sono lo stesso se non trovano il modo di
reinventarsi esse stesse?
Se i volontari già presenti sul territorio, venissero riconosciuti come
lavoratori socialmente utili? Se parte degli attuali disoccupati
venisse formata per servizi alla persona? Se chi è educatore,
insegnante, animatore si trovasse ad avere un mestiere
riconosciuto valido e magari anche un po’ meglio retribuito?
Tra l’altro, credo che, sebbene per certe occupazioni sia
indispensabile un certo tipo di preparazione, penso che anche in
questa fascia di occupazione ci si possa regolare un po’ come con
gli operai, passando dai generici agli specializzati, dando così
anche una possibilità di lavoro e di messa in regola a tutta quella
fascia di lavoratori in nero che svolgono mansioni domestiche e
simili.
Insomma, sto cercando di dire e farvi vedere che il mercato non
può essere visto e calcolato solo in termini di commercio di beni,
esempi lampanti li danno Medici ed Avvocati, le cui prestazioni
sappiamo bene quanto sono retribuite. Eppure non vendono
oggetti....
Cerchiamo di osservare col nostro cuore quali sono davvero i nostri
bisogni, cerchiamo di pretendere che non si continuino ad aprire
negozi, forti solo quando appartenenti a catene o a multinazionali!
Pretendiamo più infermieri, più maestre, più badanti, più animatori,
più segretarie e non segreterie, più Umanità e meno macchinari