
E con i suoi occhi grandi e puliti e il suo sorriso meravigliato,
cominciò a camminare con quel simbolo di guerra appresso.
Nessuno conosceva l’uomo che avrebbe portato il pallone.
Tutti i soldati arroganti, feroci, arrabbiati seguivano il
pallone, e il pallone seguiva il bambino, e il bambino
seguiva i suoi sogni.
E passò per strade e prati, e sfiorò con le labbra i fiori ed
essi, ai suoi piedi, spuntarono per appassire presto all’arrivo
delle armi.
E i soldati, sempre più arrabbiati, avanzavano ciechi al
mondo, sordi ai rumori, muti fra loro.
E le armi pesavano. Il pallone no.
E il bambino, felice del suo stupore, andava avanti senza
stanchezza: aveva sfiorato il mare, punto la neve, baciato i
fiori, cavalcato i caprioli, dormito nel marsupio di un canguro
dondolante, accompagnato una formica al di là del fiume,
scrutato l’acqua del lago, bevuto la pioggia, assaporato il
sole. Ed era felice.
I soldati erano man mano di più e man mano più stanchi:
avevano snobbato il mare, sporcato la neve, strappato i fiori,
mangiato i caprioli, sventrato i canguri, calpestato le
formiche, inquinato l’acqua del lago, maledetto la pioggia e
maledetto il sole e così... avevano cominciato a lasciar per
strada le armi e pian piano ad aprire gli occhi.
E il bambino cammina, ancora con il sorriso stampato sul
viso e il filo del palloncino stretto tra le dita.