Cari Pirati di Radio e di Terra buon bordeggio a voi e bentornati a bordo di Radio Pirata -
la Radio nella Radio!
Oggi, dove vi porterò con il mio bordeggio? Da dove partiremo, ma soprattutto, dove
approderemo tra racconti, riflessioni e considerazioni?
Salite a bordo, aprite il cuore e lasciate alla deriva i pregiudizi...
“Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”, dice il Piccolo
Principe, e io ho scoperto che nella Vita, le Persone che ho amato di più, anche se non
sempre le ho incontrate, sono state quelle che attraverso le loro parole, e quindi con il loro
pensiero, mi hanno ispirata, spingendomi a seguire con lo sguardo della mente la loro
rotta, fino a permettermi di cambiare le mie prospettive, sono quelle che mi hanno aiutato
ad aprire un po’ di più gli occhi non tanto sulle malizie della vita, ma sulla bellezza del
cuore e a perseguire una via alternativa gli orrori del mondo, quelle che - come si dice - mi
hanno permesso di rendermi conto di qualcosa che non è così evidente o così diffuso: tra
queste potrei citare senza esitazioni mio zio, Cesare Padovani, diverse care amiche,
Antoine de Saint-Exupéry, autore appunto de Il Piccolo Principe, Richard Bach dal suo
Gabbiano Jonathan Livingston fino alle storie dei furetti, di cui vi parlerò, Tsunesaburo
Makiguchi, Daniele Silvestri che questa volta porto con me in puntata invitandovi ad
ascoltare con attenzione le parola della sua “Voglia di gridare”...
Ecco, Daniele l’ho incontrato, e guardandolo negli occhi gli ho chiesto se si possa amare
un uomo per ciò che dice, perché se si può, allora io sono certa di amarlo.
Amo di lui queste considerazioni, questa capacità che ha di mostrarmi non tanto come
stanno le cose - che poco o tanto, bene o male lo possiamo intuire più che abbastanza -
ma quale azione apparentemente illogica e/o alternativa possiamo scegliere di fare.
Come ormai sapete, io non sono una ricercatrice, una filologa, non vi faccio navigare di
porto in porto per illustrarvi l’evoluzione di un pensiero o di un linguaggio della
comunicazione: quello che vi offro io sono le mie esperienze personali, osservazioni sul
nostro Mondo, “incontri” letterari o chiacchiere casuali già fatti miei, elaborati e restituiti alla
quotidianità nelle mie azioni o nelle mie parole.
Se avete ascoltato con me le parole di Silvestri, non può esservi sfuggita la banale ma
rivoluzionaria posizione espressa:
“Ti è mai venuto in mente che a forza di gridare
la rabbia della gente non fa che aumentare?
la forza, certamente, deriva dall'unione
ma il rischio è che la forza soverchi la ragione.
Il numero è importante,
dà peso alle parole
per questo, tu, ogni volta, prima pensale da sole
e se ci trovi il minimo indizio di violenza
ricorda che si eleverà all'ennesima potenza”
E’ un grido alla responsabilità individuale che abbiamo, che vogliamo o meno farcene
carico!
La scelta delle parole, degli argomenti da trattare, il modo in cui decidiamo di affrontarli,
non è cosa da poco: in questo testo io sento una verità così intensa, così evidente, così
forte che, da quando ho ascoltato questa canzone, mi sono sforzata giorno dopo giorno
nell’allenamento alla misura, allo sguardo attento nei confronti di ciò che esprimo e a non
far spostare la mia attenzione dal mio obiettivo alla mia emotività.
Non è difficile scattare quando sentiamo una cosa che ci urta, che ci ferisce o ferisce la
nostra sensibilità: è umano, istintivo e immediato reagire di pancia utilizzando l’insulto, o
puntando l’attenzione - e il dito! - sull’agire dell’altro, o chiudendo ogni comunicazione, tutti
atteggiamenti che specialmente sui social possono essere davvero immediati ed
esasperati.
E a questa esasperazione siamo esposti costantemente: lo siamo appunto sui social, ma
lo siamo nei talk show, e lo siamo troppo spesso nei film, ma ancora nella politica, nella
tifoseria, nell’informazione - specialmente nei telegiornali - e nella costante
contrapposizione ideologica e morale della trappola nella quale cadiamo quando si
trattano immigrazione, omosessualità, vaccini, diritto di famiglia e argomenti simili.
Siamo così assuefatti all’animosità, al risentimento, alla rabbia sorda che ci dimentichiamo
che spesso anche idee opposte possono trovare spazio nella coesistenza, ma soprattutto
abbiamo smesso di scandalizzarci di questi stati d’animo!
Vedere azioni violente, morti, corpi squartati, soprusi, assistere a ogni tipo di offese alla
persona, hanno creato un cuscinetto di abitudine a un certo modo di agire e di gestire le
situazioni: che siano azioni reali viste al tg o per strada, che siano fantasie di sceneggiatori
e registi, non ci fanno più saltare indignati, perché non ci sorprendono più, non arrivano
più nel nostro sentire vibrante: sono come fastidiosi rumori di fondo che a un certo punto
non notiamo più, mentre proseguiamo con le nostre vite.
Siamo anestetizzati davanti all’abbrutimento diffuso di questa società che alla resa dei
conti siamo noi.
Molto spesso, quando non c’è una reale volontà o intenzione di partecipare ad un’azione
di violenza fisica, verbale o psicologica, prevale quantomeno l’indifferenza verso l’azione
di altri.
Ma questo non è che ci renda davvero migliori!
Io ho sempre sostenuto che la “normalità” di per sé non sia né giuste, né sbagliata:
semplicemente la parola “normale” attesta che esiste una regola non scritta secondo la
quale le cose si fanno in una certa maniera, così diventa normale l’evasione fiscale,
diventano normali gli apprezzamenti sessisti, diventa normale farsi sfruttare al lavoro, ma
diventa normale ogni altro tipo e grado di violenza, quando questo è visto, rivisto,
mostrato, accettato, ripetuto, banalizzato: insomma, “normalizzato”.
Se ci pensate un attimo, alla fine questo cattivo sentire e agire diventa normale e accettato
perché è largamente diffuso e raccontato.
Ma se invece di continuare a scavare nel torbido e a raccontare aberrazioni e storie di
ordinaria violenza, iniziassimo a raccontare sempre più spesso storie di umana bellezza?
Se diventasse normale raccontare storie di straordinaria umanità fatta di gentilezza, di
apprezzamenti, di solidarietà, di complicità, di generosità, di gioia condivisa, di
disponibilità, di incoraggiamento, di sensibilità, di empatia?
Se il nostro rumore di fondo fosse un’amorevole armonia, frutto dell’abitudine al bello e al
buono che è comunque insito nell’animo umano tanto quanto la nostra parte oscura - che
personalmente mi pare ben più in luce di quella positiva?
Ricordo uno stage di danza giocato sulle caratteristiche degli dei della mitologia greca:
Mercurio, dio della medicina, era anche il dio del commercio e del furto: al furto
apparteneva anche l’appropriazione delle idee.
Questa cosa mi ha fatto pensare spesso, ma in modo più specifico mi ha fatto riflettere
sull’informazione e sui particolari scabrosi e dettagliati di cui la stampa ci ...feconda!
Mi sono accorta che talvolta accade che azioni descritte appunto dalla stampa - ma a
volte anche da film - vengano emulate o prese come punto di partenza per essere
ripetute, spesso perfezionate, o per evitarne furbescamente le conseguenze imparando
dagli errori dell’altro: ma se ad esempio una madre uccide un figlio volontariamente, non è
già una notizia terribile anche senza aggiungere le modalità?
Quando anche si parla di Storia, e i libri di storia raccontano nel dettaglio tutti gli orrori che
l’essere umano ha saputo fare, a me rimane sempre il dubbio che se la Storia insegna, in
realtà insegni solo a continuare ad odiare e uccidere!
Ecco che il mio Bastian Contrario si rivela in toto anche con questo argomento!
Mi spiego meglio: intanto io sono profondamente convinta che la compassione e l’empatia
possano manifestarsi solo dove ci sentiamo sostanzialmente simili all’altro: leggevo
qualche giorno fa di interventi chirurgici effettuati nel lontano passato a neonati senza l’uso
di anestetico perché li si credeva dotati di un sistema nervoso incompleto e di
conseguenza si dava per scontato che non sentissero il dolore...
La stessa “distanza” che alcuni pongono tra sé e l’altro, chiunque sia.
O tra sé e gli animali, vittime della crudeltà degli allevamenti o di cacciatori poco dotati...
O tra sé e i pesci, infilzati vivi perché - poiché non gridano - non sentono dolore... un po’
come quel caso in cui non sussisteva lo stupro perché la donna non aveva gridato,
ricordate? E’ una vergogna molto recente, questa!
Ma evidentemente, il giudice, non ha saputo mettersi nei panni della Vittima, sentirsi simile
a lei, provare, appunto empatia.
Credo anche che quando l’empatia esiste, NON sia necessario mostrare la sofferenza
altrui in tutta la sua tragedia.
Ecco perché dico che il Bastiàn Contrario emerge ancora: perché credo inefficaci tutte le
giornate di tutte le memorie che ci portiamo dietro.
Non vorrei essere fraintesa: non manco di rispetto e di considerazione nei confronti di
nessuna Vittima: credo però che chi ha un certo tipo di apertura del cuore, non necessiti
della visione della sofferenza in tutta la sua crudezza per essere loro solidale.
Al contempo, però, credo anche che un nazista poco si faccia commuovere dalla
sofferenza delle sue vittime, anzi! Temo piuttosto che se la Storia racconta accuratamente
quali siano state le torture scelte, sarà spunto per non ripartire da zero, ma da quello
stesso punto per renderle ancora più cruente.
Inoltre credo che non sempre la conoscenza ci faccia porre reciprocamente nel migliore
dei modi.
E di nuovo mi scuso per la mia posizione, consapevole che in apparenza possa essere
riduttiva.
Le violenze che in passato sono state esercitate, sono vergognose e inammissibili.
Imperdonabili.
Ma la memoria continua a rietichettare vittime e carnefici anche in chi non è più né l’uno,
né l’altro: sono passati anni, si sono susseguite generazioni: per quanto le nazionalità - o
le famiglie, a seconde del caso - possano essere le stesse, non sono le stesse le persone,
e sul ricordo e sul pregiudizio fermentano risentimenti e odio aggiornati e resi
contemporanei anche in chi, diversamente non avrebbe in cuore nessun tipo di divisione.
E’ stato proprio Richard Bach, nelle sue storie di Furetti che mi ha fatto riflettere su questo
punto riguardo alla Storia e sul fatto che alcune storie non dovrebbero essere mei riportate
alla ribalta...
Quando noi incontriamo qualcuno di cui non conosciamo le azioni, può esserci simpatico
oppure no, ma lo decidiamo istintivamente, e non legandoci a un pregiudizio. Talvolta
qualcuno ci entra nel cuore, e solo successivamente, quando veniamo a sapere di
qualche evento specifico, capita che possiamo decidere che quel qualcosa è meraviglioso
o imperdonabile o addirittura comprensibile o giustificabile anche se inaccettabile...
Quando invece conosciamo prima la vita di una persona e poi la persona stessa, non
abbiamo più questa ampiezza di visione e questa capacità di giudizio, perché abbiamo già
giudicato a priori, a volte anche nel bene.
Non è così anche con la storia?
eli the worst rinnova l’appuntamento con tutti voi, sempre qui nel mare di yastaradio.com
giovedì e sabato in replica alle 11.00 e lunedì prossimo alle 19.00 con la nuova puntata.
E se volete riascoltare le vecchie puntate di bastian contrario, cercatele attraverso il
blogspot di Elena Furio .
Buon proseguimento col bordeggio di Radio Pirata - la Radio nella Radio!